A proposito di ricchezza

Ecco a Voi un artista, un uomo ricco di interiorità

Ricco di cultura poliedrica

Ricco di esperienza

Ricco di umanità

E poverissimo di monotonia.

Un artista e un uomo da conoscere ed apprezzare.

Ringraziamo tantissimo il professore Giuliano Lucarini, eclettico e sensibile per averci concesso l’intervista e sottratto tempo prezioso al proprio lavoro.

Può presentarsi brevemente ai nostri lettori raccontando, per sommi capi, il primo periodo della sua vita: Dove è nato, i suoi giochi, la sua famiglia, i suoi studi, qualche ricordo o aneddoto significativo…

Sono nato a Roma nel 1974. Mio padre insegnava Chimica all’Università e mia madre Arte in un Liceo Artistico. Essendo tendenzialmente curioso, ho saputo far tesoro dei tanti stimoli intellettuali e artistici che i miei genitori mi hanno dato. Ho diretto le mie passioni fondamentalmente in tre campi: musica, studi accademici, natura. Suono le percussioni da 25 anni, sono Dottore di Ricerca in Filosofia e diplomato in Restauro di Giardini Storici. Ho mantenuto aperte le porte a queste tre attività, ma poi la musica ha preso il sopravvento, occupando la maggior parte del mio tempo e strutturandosi come un lavoro.

Come mai l’America del Sud e l’Africa hanno influenzato a tal punto la sua musica?

Suonando le percussioni, ho trovato in questi luoghi tanti stimoli che mi hanno fatto crescere. In particolare, mi ha sempre affascinato la dimensione del rito: dalla festa tradizionale alla cerimonia religiosa, in Africa e Sudamerica ho trovato una sapienza popolare che mi ha nutrito e che poi ho saputo riproporre, riadattandola, nella mia società.

Quando Giuliano ha capito che la musica e soprattutto le percussioni erano la propria passione?

E’ stato nel Capodanno del 1994, durante una festa tra amici. Per gioco, ci siamo messi tutti a suonare, prendendo oggetti domestici di ogni tipo e cercando di farne uscire dei suoni. E’ stata un’illuminazione: d’un tratto sapevo suonare! Senza studi preparatori, senza conoscenze teoriche o tecniche, mi sono ritrovato immerso nell’armonia della musica. Dopo due mesi già mi esibivo in concerto con alcune band giovanili. Gli studi sono arrivati dopo, per approfondire e raffinare le conoscenze e le tecniche esecutive. Ma il cuore mi è stato rapito fin dal primo momento.

Quali personaggi hanno inciso e incidono – sia in senso umano che professionale – nel suo percorso di ricerca musicale? 

Di sicuro alcuni dischi che ancora mi svelano dei misteri: i canti polifonici dei pigmei dell’Africa Centrale, i tamburi batà della Santeria Cubana, il gruppo Uakti, che fonde musica etnica e classica in uno stile unico, il gruppo congolese Konono n°1, che mi ha aperto ai suoni contemporanei della musica africana.
Nella mia ricerca musicale ho conosciuto molti maestri e musicisti, ma quelli che più mi sono rimasti nel cuore sono il mio maestro di percussioni cubane, Giovanni Imparato, e la mia “compagna di tamburo”, Danila Massimi, con cui ho condiviso il percorso formativo a Cuba e tanti progetti musicali.

Cosa può raccontarci dell’avventura o esperienza vissuta presso l’Accademia dei Lincei? 

Ricordo bene quel periodo: stavo lavorando alla mia tesi di dottorato intitolata “Il Rito sottratto. Una riflessione nuda sulla partecipazione a una festa santèra” e avevo la testa piena informazioni, concetti, linee di ricerca con cui riformulare una narrazione dei rituali vissuti a Cuba. Volevo riuscire a includere me stesso e la mia provenienza culturale nel dibattito sul rito, tentando di aprire una via filosofica in un campo che in genere è sempre stato oggetto di studi antropologici e religiosi. Così sono riuscito a focalizzare gli elementi essenziali che mi hanno permesso di descrivere le mie esperienze antropologiche in una forma nuova. All’Accademia dei Lincei ho trattato della musica nei rituali religiosi a Cuba riuscendo a comprendere me stesso in questa esposizione, e anche a farmi comprendere anche da chi non era esperto in quel campo.

Dopo un ciclo di conferenze accademiche ho iniziato la mia attività didattica in scuole di musica e associazioni culturali, forte del lavoro di sintesi che mi ha permesso di trovare una maniera molto efficace per insegnare a suonare a chiunque lo volesse.

Quale significato racchiude il titolo del suo primo album: “Dagli e Dagli”? 

“Dagli e dagli…” è la prima parte di un detto popolare, che segue dicendo “pure le cipolle diventano agli” ed è il titolo di un progetto molto ambizioso nel quale ho tentato di tracciare una nuova via di ricerca musicale: volevo provare a fare una strana musica popolare, quella di “un popolo che non c’è ancora”, la musica della metropoli romana, dove ci sono tutti gli stimoli, gli stili e le culture che possiamo immaginare ma che ancora non sono uniti a creare un’identità. La mia metropoli è frammentata, non c’è tradizione popolare viva, non ci sono le feste e le usanze in cui la gente partecipa così attivamente da evolvere lo stesso repertorio di ritmi, danze e canti – come avviene in Africa e Sudamerica, per esempio… Perciò con questo disco ho fatto un salto nel tempo, immaginando una tradizione viva a Roma, con gli elementi culturali contemporanei, capace di creare uno stile originale. E’ uscita una musica in cui i ritmi, presi da tradizioni africane, brasiliane ma anche italiane, si uniscono a canti originali in dialetto romano, il tutto contenuto e arrangiato come se fosse musica rock, con batteria, chitarra, basso elettrico…decisamente un doppio salto mortale per il 2012 (anno in cui è uscito), un disco che per certi versi considero ancora innovativo…

“Dagli e dagli” mette in forma rock e cantautorale il progetto di banda che ho fondato nel 2006 e che si chiama Caracca. E’ una banda di tamburi itineranti che ha avuto un grande successo proprio grazie a questa finalità utopistica: far rinascere la musica popolare. Un obbiettivo che ha guidato la banda come un faro in una direzione unica e originale rispetto alle bande di samba e che ne ha determinato il successo. Ancora oggi, a distanza di 14 anni dalla sua fondazione, la Caracca continua a ingrandirsi e a trasformarsi nel tentativo di creare un’identità musicale multiculturale.

Nonostante i tanti successi, questa idea rimane comunque ambiziosa: troppo lavoro dobbiamo ancora fare per riuscire a creare una vera integrazione culturale a Roma, per questo dobbiamo continuare ad aprirci, accogliere le diversità con amore e vederle come una ricchezza che può salvarci dall’alienazione. Non è ancora il momento, ma chissà, a forza di “Dagli e dagli” potremmo dar nuova linfa alla nostra città…

Qual è la sua maggiore fonte d’ispirazione quando compone musica, o improvvisa sul palco in compagnia di altri musicisti? 

Quando compongo mi creo prima un mondo, una suggestione, una tematica da sviluppare, così come ho fatto con “Dagli e dagli…”. Devo crearmi un ambiente da abitare, uno spazio capace di dare un senso alla mia espressione, un sottofondo che può orientarmi nelle scelte.

Quando improvviso non faccio altro che ascoltare la musica che mi circonda: l’ambiente c’è già, non devo immaginarlo. Devo solo accoglierlo in me e armonizzarmi con esso al punto da sentirmi libero di muovermi con il tamburo.

Qual è stato lo spunto che ha fatto nascere il progetto Cuidado? 

Il viaggio di studio che ho fatto a Cuba nel 2000 insieme a Danila Massimi. Siamo stati per 3 mesi all’Avana a studiare il repertorio del folklore e nel frattempo abitavamo le strade, partecipavamo ai riti, respiravamo una cultura differente che ci ha fatto maturare, trasformandoci in musicisti professionisti. Abbiamo fatto tesoro delle attenzioni necessarie a costruire una relazione rituale, una cura (Cuidado) che mettiamo sempre in ogni gesto che compiamo quando siamo sul palco.

Con Cuidado abbiamo creato nel 2002 uno spettacolo che si chiama “Un cuore per tamburo”. E’ un lavoro in cui compaiono ritmi e canti tradizionali, strumenti dal mondo al servizio di una narrazione raccontata con i corpi di danzatori contemporanei. E’ stato un lavoro impegnativo, ma per fortuna abbiamo avuto il sostegno di molti artisti importanti nella realizzazione di questo spettacolo.

Che cosa ha fatto durante il periodo di chiusura a causa del Coronavirus? 

In parte ho ripreso le mie passioni legate al giardinaggio e alla filosofia, che hanno compensato la mancanza di rapporti sociali. Inoltre, la reclusione in casa è stata un’occasione per rimettere in ordine le mie idee e riflettere sulle condizioni del mio lavoro, un lavoro tanto bello quanto impegnativo perché mai compreso appieno dalla società. Finora ho sempre tentato di lavorare con le forze sociali che avevo attorno, modificando anche i progetti in funzione della loro attuazione. Dirigendo bande e gruppi di percussionisti, nel momento in cui sono stato privato di quel contatto sociale per me rigenerante e ispiratore, mi sono ritrovato di fronte a un vuoto inaspettato. Oggi, pur riprendendo tutte le mie attività, cerco anche di colmare quel vuoto, creando dei progetti nuovi “a prova di quarantena”, preproduzioni meno soggette alle contingenze, che mirano a puntare un obiettivo definito in anticipo, in modo da poter completare la gamma della mia offerta didattica e musicale.

E per concludere e ringraziarla le chiediamo se può di dirci un progetto per il futuro, prossimo o remoto…

In questo periodo sto provando a formare una banda di percussioni Afro-Rock. A settembre farò i provini per l’ammissione di nuovi percussionisti. Chiunque fosse interessato può contattarmi in privato per avere il materiale di studio.
Sempre a settembre uscirà il disco di THUMB, un gruppo creato con Christian Muela (Didjeridoo ed elettronica) nel quale io suono il likembe elettrico, un lamellofono che ho costruito da solo cercando il suono ipnotico dei Konono n°1. Altra “musica inaudita” che ci farà ballare a lungo…
Con la fine dell’estate riprenderò le mie attività didattiche: laboratori di gruppo di musica africana e brasiliana, oltre a tutte le mie proposte di workshop che potete consultare nella sezione “scuola di percussioni” sul mio sito
www.giulianolucarini.it

grazie per l’attenzione!
Giuliano Lucarini

Alla fine di questa ricca e significativa intervista è l’Associazione Nazionale Gioia che La saluta e ringrazia, augurandoLe di riuscire a creare una vera integrazione culturale e musicale a Roma e nel mondo.

Intervista del dottor Luca Magrini Cupido, socio onorario delegato Lazio

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